Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



mercoledì 11 febbraio 2015

Tre ere zodiacali, tre Rome, una Dea: il crescente e la stella di Iside attraverso la storia. Appunti per una relazione al Cenacolo Perì ArXôn







Iside compare come Aset/Iset alla fine della V dinastia d’Egitto, tra il 2500 e il 2350 a. C. Nell’Età del Toro il rito centrale è quello di intronizzazione e divinizzazione del re (Osiride) tramite ierogamia con la Dea: le prove di questo itinerario iniziatico sono alla base di quasi tutto l’esoterismo e persino la mistica e la devozione delle ere successive. Osiride è il toro nero Apis, la dea lunare è Hathor : le corna taurine sono la falce lunare. Le funzioni di Hathor saranno trasferite via via a Iside.

L’Età dell’Ariete è caratterizzata dalla ricerca guerriera (gli Argonauti) del Vello d’Oro (in greco mêlon, come “pomo, mela”). Nello scorcio dell’epoca i mysteria diventano potenzialmente accessibili a un largo numero di sudditi dell’ecumene alessandrina.
Intanto è forse in Persia, dove si foggia un’esperienza paradigmatica della regalità (lo shah è colui su cui discende, e da cui irradia sulla terra, la Xvarnah o Gloria), che emerge il simbolo del crescente sormontato o affiancato dalla stella.
Il crescente e la stella sono Iside e Horus (o Sirio, ka di Iside, sua essenza sottile assunta in cielo). Come la falce lunare è il trono della stella, così Iside è il Trono di Horus (il trono è il geroglifico principale di Iside. Ritorna nell’islam il tema del Trono vuoto di Allah come sua manifestazione suprema). La Dea dell’Età del Toro ha molteplici teofanie, che quella di Iside nel corso dell’Età dell’Ariete cerca di unificare in sé. È l’archetipo dell’impero, la Malkuth o Shekhinah dell’ebraismo (ovvero la Gloria e Presenza di Dio, che vuol dire anche Regalità). Come l’impero Iside è madre e prostituta, guaritrice e incantatrice. Raduna le disiecta membra di Osiride e gli uomini dispersi nelle terre abitate: vince con la magia della pace sul Seth delle guerre intestine. È il principio dell’assemblea concorde, della catena magica: uno dei suoi nomi nell’ebraismo è Keneseth, Ecclesia, ovvero comunità, comunione. A sua voltà è l’assemblea a costituire nel suo insieme vivente la Presenza divina: questa verità esoterica, divulgata con impazienza e dunque strappata dalla sua radice, genera infine l’idea democratica, illuminata, di sovranità popolare e poi di umanità come unica dea.
Il crescente di luna è la albedo: in alchimia è l’estrazione del corpo sottile e luminoso dal corpo grossolano e tenebroso.  È l’illuminazione che sorge come la falce e poi il disco lunare dalla notte oscura: è l’irradiazione gloriosa che inizia alla regalità, al dominio. Le acque inferiori vengono fissate, appare l’argento della consapevolezza libera da spazio e tempo. Si diventa re e imperatori.
Nel simbolo la luna della sovranità viene seguita immediatamente dalla stella del mattino, che è Venere (identificata con Iside), ma anche Lucifero, dunque Horus. Venere è portatrice della viriditas, termine ermetico che indica la fioritura di vita vegetativa, plastica e immaginativa. È l’Aurora Consurgens, l’Equinozio di Primavera eterno, l’incipit vita nova dell’incontro con la Dama. Anche il verde della bandiera del califfo allude allo stesso tema. Nell’arcano XVII la Stella secondo Court de Gébelin è Sirio: con la levata eliaca di Sirio iniziava l’anno sacro egizio, il Nilo fecondava la terra: Iside nuda attinge e versa sulle rive fiorite l’acqua-Osiride.
Nella Roma cristiana, teocratica, il simbolo verrà reinterpretato: la Donna che tiene la luna, le acque, sotto i piedi ed è ammantata di stelle, è il dominio spirituale sul divenire, sul mutamento, sul serpente, sulla falce saturnia del tempo sublunare. Nella battaglia di Lepanto apparve una specularità simbolica impressionante: sulla flotta cristiana campeggiava l’immagine della Vergine dell’Apocalisse con i piedi sulla luna, sulla flotta ottomana il crescente e la stella.

Età dei Pesci: secondo il mito, Tifone (Seth) minaccia gli dei; il primo a salvarsi trasformandosi in pesce e gettandosi nelle acque è Pan. Plutarco racconta che un timoniere egiziano udì la voce “il grande Pan è morto” nei pressi di Paxos: morte qui vuol dire migrazione in altra forma, nascondimento, sepoltura. Anche Venere e Eros, i Pesci della costellazione e insieme Iside e Horus secondo il sincretismo ellenistico, si gettano nelle acque. Dopo la “morte” di Pan, ovvero dell’esperienza della totalità (come sintesi nell’uomo di animalità e divinità), Iside si vela nell’umidità e dualità del nuovo tempo. Si tratta di una dualità pescina: la Dea si nasconde svelandosi in Maria (la Regina Coeli cinta di stelle che calca il crescente sotto i piedi) e si rivela nascondendosi nella maga/strega delle campagne e delle corti. Arriva l’era degli dei in esilio di Heine. Teodora, l’imperatrice della Bisanzio cristiana, riunisce in sé la Prostituta e la Signora degli Animali nei suoi famosi spettacoli circensi.
Il Crescente e la Stella passò dai persiani a Bisanzio. I turchi lo ripresero, prima forse direttamente dalle loro tradizioni matriarcali o dai persiani, poi definitivamente alla conquista di Constantinopoli. Secondo una scuola razionalistica – sedotta però dal richiamo della Mezzaluna – Allah in origine era una divinità lunare, maschile o androgina. La luna è maschile nelle lingue semitiche come in tedesco. Anche a Roma c’era il dio Lunus. I turchi reinterpretano il simbolo in chiave islamica: il crescente è l’hilal, la luna che segna l’inizio del mese maggiore dell’anno sacro lunare, il Ramadan; la stella del mattino è l’annuncio profetico, Colui che viene di notte, al-Ṭāriq, titolo della sura LXXXVI. Secondo Ruggero Bacone l’islam è lex Veneris per la sua licenziosità: pensava al suo aldilà corposo ed erotico, ma noi, dopo aver letto Corbin, pensiamo soprattutto all’idea di immaginazione creatrice, teofanica, al mundus imaginalis dove gli spiriti sono corporei e i corpi spiriturali.
[Segni e contrario: stupore all’udire che l’ISIS islamista sta cercando di conquistare la Mezzaluna Fertile, l’hilal. Inoltre la nun di nazara, cristiani, sulle case: è il crescente lunare].

Translatio imperii. Le tre Rome: nella prima Iside presenza contrastata, poi, a partire da Caligola e Nerone, incontrastabile; nella seconda, Costantinopoli, la myrionoma diventa Maria, che del pantheon femminile pagano assorbe in sé solo le figure e gli attributi suscettibili di casta venerazione; nella terza, Mosca (rimasta marginale per duecento anni), dopo la Rivoluzione di Ottobre appaiono la falce lunare di Saturno agricoltore, la stella che annuncia il Sole dell’Avvenire, in più il martello della forgia di Vulcano (tempo dell’Arbeiter).
L’impero emerge dalle acque, dalla notte della guerra civile, è imbiancamento del cuore che fa verdeggiare la terra: tutto fiorisce, si sviluppa, le potenze esultano nella primavera dell’espressione liberata. La pace imperiale (proprio come la pienezza o pace nell’ebraismo, shalom) non è mera assenza di conflitti, dona la felicitas terrena, riconduce al paradiso terrestre (la Matelda di Dante che passeggia tra i fiori dell’Eden): è la sublimazione della terra, ottenuta facendo volare le aquile, uccelli di Giove e dell’impero, e le colombe, uccelli di Venere, che portano a Enea il ramo d’oro per la sua discesa agli inferi, dove gli sarà profetizzato il futuro di Roma. Nel Triomphe Hermétique di Limojon de Saint-Didier, capolavoro dell’ermetismo del XVII secolo, è scritto: Sydera Veneris et corniculatae Dianae tibi propitia sunto: la stella del mattino e il crescente. Spirito e corpo si congiungono in unità.

Già Apuleio, autore della tarda latinità, nel suo Asino d’oro distingue tra una magia oscura, vinculatio erotica e nera che rende simili a bestie, ad asini, e la casta pienezza della bhakti a Iside che libera dalla prima. L’amore di Apuleio per la Dea, passando per la devozione mariana, arriva sino all’affetto fraterno e filiale di Pinocchio per la Fata Turchina (cioè celeste, ma anche legata alla Turchia, all’Anatolia).
Le Tre Marie nel cristianesimo sono i tre volti della dea lunare. Nel quadro di Andrea Mantegna Maddalena, la prostituta redenta, esibisce il tiet o nodo isiaco, bagnato dal mestruo della dea. Tema ermetico: la materia prima è prostituta, poi madre. Nelle Toledot Yeshuʻ (libello ebraico medievale contro Gesù) le calunnie a Maria integrano la sua immagine di Iside spiritualizzata: viene accusata di essere maga e prostituta. Anche la leggenda pia parla della sua oblazione al Tempio, come le qedeshot o ierodule, le prostitute sacre che facevano inorridire i profeti d’Israele.
L’esigenza di purificare la magia isiaca dalla sua vischiosa umidità lunare ritorna anche nell’esoterismo moderno: nel Flauto magico, capolavoro massonico di Mozart, la Regina della Notte Astrifiammante è un’Iside che irretisce Tamino come il serpente fa con lo scoiattolo (e la critica alla Chiesa Romana e all’Impero Cattolico rendono ancora più potente l’ambiguità); quella a cui il coro dei sacerdoti rivolge la sua preghiera è assorbita dalla maschilità solare, osiridea (un Osiride “illuminato”), di Sarastro, ovvero Zoroastro, il profeta persiano del Dio di Luce.

E nell’Aquario? Forse vi sarà una polarizzazione ancora maggiore che nell’Era dei Pesci? L’acqua viva che sommergeva i Pesci viene ora versata in un vaso, simile alla cista isiaca. Il segno è dominato da Saturno e Urano: vediamo per ora profilarsi una magia tecnica onnipervasiva, costruttrice di comunità impalpabili (i network) e tessitrice di incantesimi tenebrosi o liberanti (i virus, i bug, le dipendenze); gli schermi dei computer e degli iPhone sono specchi magici (anche se si fanno passare per finestre), le password  sono letteralmente parole di passo, la rete (web) rimanda alla vinculatio. Ma l’esaltazione di Nettuno nell’Aquario dopo il suo domicilio notturno nei Pesci e la presenza di un Saturno uranizzato fanno pensare alla possibilità di custodire il Graal, la coppa del segreto, in un vaso individuale e collettivo meno attaccato all’io, meno agglutinato (con il correlativo aumento di patologie psichiche “dissociative”, e anche di un double bind di massa, almeno nelle prime fasi storiche o nel transito cuspidale). Abbiamo visto precoci e confusi segnali di questo mattino dei maghi nella polarizzazione tra la gnosi marshmallow della New Age e le seduzioni ‘della mano sinistra’ di personaggi idolatrati ed esecrati come Aleister Crowley.

Conta delle tre civette, frammento di saggezza popolare isiaca. I tre volti della dea lunare, la civetta, il comò come specchiera e dunque lo specchio magico, il dottore malato è forse Geb, la terra.


lunedì 5 gennaio 2015

Il pavimento di cristallo e la rivelazione erotica di Salomone e Bilqis





“Le fu detto [i. e. a Bilqīs]: ‘Entra nel cortile’. Quando lo vide, pensò fosse una distesa d’acqua e si scoprì le gambe. Egli [i. e. Sulaymān] disse: ‘In verità è un cortile lastricato di cristallo’. Ella disse: ‘Mio signore, ho fatto torto a me stessa. Mi sottometto con Sulaymān a Dio, signore dei mondi’” (Sura delle Formiche, v. 44). L’acqua e il cristallo dell’episodio coranico della regina di Saba, Bilqīs, corrispondono al serpente e alla corda del Vedanta. Il moto del desiderio, la conoscenza proiettata dualisticamente all’esterno, ci fa scambiare il perfetto e l’essere per (e con) il manchevole e il diveniente, il fisso con il volatile. Makeda-Bilqīs impara da Salomone la viveka, il discernimento, Salomone impara da lei l’eros come amachanon horpeton, animale ineluttabile: colei che è nera, ma bella, come la materia dell’alchimia, colei che ha gambe pelose, dionisiache (come la donna-capra della Pietra lunare di Landolfi), ha oscurato se stessa/fatto ingiustizia a se stessa [lett. alla propria anima] e ora si ricongiunge a Dio, principio delle teofanie, insieme a Salomone. Il Cantico dei cantici, dalla tradizione riferito agli amori tra il figlio di Davide e la regina del regno del sud (arabo o africano), è una “operazione a due vasi” (G. Kremmerz), un poema di eros gnostico che fa da prototipo a quelli dei Fedeli d’Amore d’ogni luogo: apprendistato alla morte del desiderio con oggetto, oltre la quale si risorge androgini, immortali; rituale di ierogamia ermetica in cui ogni coito è gemito di nostalgia e ogni distacco un nutrirsi l’uno dell’altro.

Secondo i padri cristiani orientali, le tre opere di Salomone corrispondono alle tre tappe dell’itinerario spirituale. I Proverbi (meshalim, parabole, similitudini) sono il libro della via purgativa, opera al nero, in cui si separa la luce del cuore dall’identificazione tenebrosa con il corpo. L’Ecclesiaste (Colui che raccoglie, che raduna l’assemblea) è il libro dell’opera al bianco, in cui viene fissato il mercurio, addestramento saturnino alla contemplazione della physis (“fisiologia”), alla conoscenza non-egoica dei logoi degli esseri (visti nello Specchio della Natura, il mercurio del cuore imbiancato, incanutito dalla sapienza). Il Cantico dei cantici è il libro dell’opera al rosso, ignificazione del mercurio, gnosi amorosa, conquista del corpo di immortalità.

Marcello, il successore designato di Augusto, muore prima che si stabilisca la pace dell’impero – la sua prematura scomparsa la benedice. Dante riprende il lamento di Virgilio per la morte di Beatrice, figura cristica: oportet che la Dama muoia, che sia assunta in cielo, oltre la spera che più larga gira, in modo da attirare a sé l’amante, il pellegrino predestinato. Stefan Georg canta la morte di Maximin quindicenne come condizione per l’apoteosi che sarà nuovo fondamento dell’impero: e Steiner, parlando dei giovani caduti della Grande Guerra e del figlioletto di un discepolo (meravigliosamente dotato) morto in un banale incidente, sente e rivela che i corpi sottili dei fanciulli scomparsi in verde età continuano ad operare nel loro piano, causale ed occulto, costituiscono, se il ragazzo era già in vita una presenza benefica, una sorta di aura protettiva, nutriente, propizia. Così il Talmud insegna che i neonati ebrei fatti uccidere da Faraone divennero una riserva di forza immane per Mosè, rinacquero in Mosè.

L’impero si fonda sulla morte del puer luminoso. Malkut, la sefirah del Regno, è la Donna che esce dal fianco dell’uomo, dal suo sacrificio: è il corpo mistico, la Keneseth o comunità santa, lo Spirito. L’albedo dell’impero, i gigli gettati a piene mani per il compianto di Marcello, i fiori di cui si circonda Matelda nell’Eden, manifestazione della viriditas, del rinnovamento della terra – tutto nasce da una breve e quindi eterna promessa falciata precocemente dal destino (da Saturno), che resterebbe giardino di Adone, rossa fioritura impaziente, se non si chiarificasse nel lutto, nel penthos di un amore disperato.


martedì 30 dicembre 2014

Considerazioni sul Parmenide di Peter Kingsley





Kore-Persefone è Aletheia. È tutt’uno (tautò) con Afrodite, dea della manifestazione e dell’inganno, māyā-apate. La colomba appartiene ad entrambe come animale dell’albedo, dell’intelligenza spirituale, della pace tra corpo e spirito.
In Apuleio la bellezza di Venere è custodita nella pisside di Proserpina, in fondo all’Hades, l’Invisibile. Persefone-Verità (o Disvelamento, Manifestazione) è senza nomi, dunque è la Nominatrice: in lei si uniscono indissolubilmente il tanzīh, la negazione apofatica, e il tashbīh, l’analogia e partecipazione catafatica.
La falce lunare della morte taglia il ‘mondo’, la sua apparente continuità, in istanti, teofanie. Così la freccia di Zenone è congelata, eterna in ogni istante: la kinesis, il movimento, è l’esperienza della mente desiderante, proiettata all’esterno. È la schiuma marina di Afrodite a suscitare l’inganno (apate) della continuità.
Kore è l’anima in quanto ātman. È autokinēton, muove se stessa, ma anche akinēton, immobile, nell’istante eterno.
Le due vie di Parmenide sono: esti (via di Peithò, persuasione, conduce da Afrodite a Persefone; la philotes o amicizia cosmica di Empedocle); ouk esti (via della distruzione dialettica; Zenone, il neikos di Empedocle come lotta che consuma se stessa, negazione che si nega). La terza via non è una via, è lo sbandamento ordinario dei dikranoi, gli esseri con due teste.
I chicchi di melagrana sono la vera continuità di mētis, la saggezza che è la non-dualità di Persefone e Afrodite, Psiche e Venere, Biancaneve e Regina. Chicco è rhoià, come Rhea, il continuum della materia. Come in alto, così in basso.
La mētis di Parmenide è la maat egizia. Il navigante ermetico, kybernētēs, timoniere, l’Odisseo dalle mille peripezie, è polymētis, ricco di mētis, ha una mētis molteplice, capace di penetrare e ridurre a uno la molteplicità. Si tratta di una sapienza tellurica e lunare insieme, sottile, magica – la shakti del sapiente.
L’eon sferico di Parmenide è l’ōon, l’uovo orfico, come la Binah kabbalistica, utero divino, e l’hiranyagharba vedico, embrione-utero aureo. Il tajallī, la teofania originaria, è quella dei Nomi, divini e creaturali, i Possibili: l’esti greco significa “è” ed “è possibile”. Dove non c’è potenzialità-mutamento, kinēsis, posse ed est sono uno (Cusano).

Oscar Milosz e Parmenide. L’amore del movimento-kinēsis è il pensiero, il getto di sangue-seme originario, Kāma-Eros Protogonos, Afrodite. Sono dati simultaneamente movimento, materia, spazio-tempo. La necessità di situare in un luogo sicuro (identificazione egoica e correlativo ‘mondo esterno’) è dovuta alla paura-stupore-smarrimento primordiali. La si vince scoprendo che l’unico “luogo sicuro” è il cuore, centro solare dell’uomo, quando l’infinito materiale è colto (dunque delimitato in actu) come istante immobile, unità. Si spegne il bisogno di localizzare, il desiderio ritorna a se stesso, il mondo sorge dal-nel cuore.
Il mercurio-sangue viene fissato nel cuore-oro. Il tutto, l’istante presente come uovo, mela, perla, embrione-utero, palla dei giochi di Zagreo. Persefone-Aletheia come Maria-Sofia, albedo dell’illuminazione. L’immortalità è l’unione di questa regina lunare con il re solare, lo zolfo della volontà magica risorta dalle ceneri del corpo attraverso il bagno-utero del mercurio.

sabato 27 dicembre 2014

L’Impero e l’albedo




Crescente e stella: simbolo del Vicino Oriente devoto della Dea; tramite i persiani arriva a Bisanzio, città di Ecate la maga, dea lunare dei trivi (la luna nuova, oscura).
Il crescente di luna è Diana, la albedo della illuminazione che inizia alla regalità, al dominio: le acque inferiori vengono fissate, appare l’argento della consapevolezza libera da spazio e tempo. La luna di Malkut, della sovranità, viene seguita immediatamente dalla stella del mattino, Lucifero-Venere, portatrice della viriditas, della fioritura di vita vegetativa, plastica e immaginativa. È l’Aurora Consurgens, l’Equinozio di Primavera eterno, l’incipit vita nova dell’incontro con la Dama. Nella Roma cristiana, teocratica, il simbolo viene reso esplicito, esibito: la Donna che tiene la luna, le acque, sotto i piedi ed è ammantata di stelle – dominio del divenire, del mutamento, del serpente, della falce saturnia del tempo sublunare. Nella Roma pagana il tema resta velato nel mito di fondazione: ostilità di Luna e Venere, Giunone-Taanit, protettrice di Cartagine, e la madre di Enea, protettrice di Troia. La falce lunare è quella di Saturnus, che si è nascosto nel Lazio (Latium a latendo): dio del sat, ipotizza Reghini, della pienezza aurea, e insieme della caduta nel Tartaro del corpo fisico. Bisanzio è la Seconda Roma, cristiana ma imperiale, che riprende lo stendardo della Dea: non più Ecate ma la Vergine, anche se le figure femminili della mitografia imperiale avranno sovente tratti di prostituta e fattucchiera. I turchi poi, forse anche memori del loro passato remoto di adoratori della Dea, assumono l’insegna islamizzandola: l’hilal del mese lunare, del Ramadan; la stella del mattino come annuncio profetico, Colui che viene di notte, al-Ṭāriq. Islam lex Veneris: l’aldilà corposo, l’immaginazione creatrice, teofanica. Terza Roma, Mosca: dopo la Rivoluzione di Ottobre, la falce lunare di Saturno agricoltore, la stella che annuncia il Sole dell’Avvenire, in più il martello della forgia di Vulcano. L’impero emerge dalle acque, dalla notte della guerra civile, è imbiancamento del cuore che fa verdeggiare la terra: tutto fiorisce, si sviluppa, le potenze esultano nella primavera dell’espressione liberata. La pace imperiale (proprio come la pienezza ebraica, shalom) dona la felicitas terrena, riconduce al paradiso terrestre (la Matelda di Dante): è la sublimazione della terra, ottenuta facendo volare le aquile, uccelli di Giove, e le colombe, uccelli di Venere. Nel Triomphe Hermétique è scritto: Sydera Veneris et corniculatae Dianae tibi propitia sunto: la stella del mattino e il crescente. Spirito e corpo si congiungono, le loro nozze sono l’equinozio dominato dall’Ariete, ovvero dallo zolfo sepolto nel corpo come Lucifero, visio smaragdina della gloria arcangelica, è conficcato al centro della Terra.
Malkut è luna e terra, Dama che si offre all’eroe, candidato alla regalità. La Sposa celeste è una Venere che conferisce la capacità di vinculatio, la magia erotica dell’impero: ma è anche una Diana ritrosa, che contemplata nel suo occulto splendore rende cervi gli Atteoni, prede i grandi cacciatori – ovvero ne fa esseri sovrumani, che complicano in sé i contrari, assimilano l’energia immane della sconfitta, dell’annichilazione, della spoliazione, rinascono da acqua e spirito.