Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



giovedì 7 novembre 2013

Riflessioni sulla mistica del coito nuziale





Nello Zohar si legge che all’uomo, affinché si mantenga sempre maschio-femmina secondo il disegno originario, sono date due spose: quella visibile, terrestre, e quando non può accostarsi a lei, la Shekhinah stessa, che gli si fa presente nello studio e nella meditazione. Nel passo che commenta il versetto del Cantico Ponimi come un sigillo sul tuo cuore (8,6), si osserva come in questo caso, contro la consuetudine, sia la donna (sefirah Malkuth) a corteggiare l’uomo (sefirah Tif’reth, YHWH); tuttavia ciò accade sempre attraverso gli tzaddiqim, i giusti – ovvero con la mediazione della sefirah Tzaddiq, Yesod, il Patto nella carne, l’Eros cosmogonico, il Fallo.
La Iggeret ha-Qodesh (Lettera della santità) cita il brano del trattato talmudico Berakhoth in cui R. Yochanan ben Zakkai mostra la propria bellezza all’uscita dei bagni rituali (per la purificazione delle donne) affinché, ricordando il suo volto, le spose di Israele concepiscano figli perfetti. È un vero e proprio atto teurgico, che però può essere compiuto solo da chi sia “discendente di Giuseppe”: solo chi non ha “messo gli occhi” sui beni altrui (la moglie del suo benefattore Potifarre) può sfuggire all’Occhio maligno, al malocchio (ma anche a quel “guardare con desiderio” di cui parla Gesù nel Discorso della Montagna). La bellezza dello Tzaddiq, del santo, è uno specchio divino, media come l’arcobaleno, come Yesod.
La donna che concepisce un figlio perfetto pensando al bel volto di R. Yochanan non sta esattamente cullando la “pazza idea” della celebre canzonetta: l’immagine contemplata accede nel cuore – ovvero nella memoria e nell’immaginazione – spogliata di ogni riferimento accidentale (passionale), la passante di Baudelaire o il passante del Talmud possono nutrire e fecondare il temenos nuziale senza ferirne la qinah, la benedetta “gelosia”. Nell’atto sessuale si uniscono due mondi, ognuno dei quali è fecondo proprio perché è già un mondo di conoscenze organicamente acquisite, ovvero, biblicamente, di atti erotici consumati con le immagini e le cose dell’universo comune.

Nella Iggeret si legge che il seme discende dal cervello, ovvero dal piano sefirotico di Chokhmah e Binah, il Padre e la Madre, Sapienza e Intelligenza. Anche nel Timeo Platone accenna appena ad elementi di fisiologia spirituale molto arcaici: il seme è l’energia dell’anima intellettuale che nel cervello si muove circolarmente come nei cieli, mentre discendendo, a causa della passione, lungo la colonna vertebrale (l’axis mundi), si raccoglie in forma di fecce materiali (in cui tuttavia giace una scintilla luminosa e divina) nella parte del corpo sottile dominata dalla potenza psichica inferiore, l’epithymia, che cerca di scaricarsi all’esterno (come il desiderio letteralizzato genera karma, destino oscuro che ci raggiunge dall’esterno). Nel tantrismo il seme viene chiamato bodhicitta, “il pensiero del risveglio”, l’attenzione spirituale: il motore di ogni immaginazione, di ogni pneuma psicofisico. Il sufi iranico Najm al-dīn Kubrā dice che il coito (wasl) tra maschile e femminile, in senso come sempre spirituale-fisico, genera la himma, ovvero la “creatività immaginale”: la capacità di creare in quanto specchi di Dio, distinti dalla propria opera eppure tutt’uno con essa (come avviene con la generazione del figlio carnale).
Nella pratica tantrica (l’icona del)la Devī con cui si celebra il rituale erotico (culminante nella “immobilizzazione del seme” o nel suo riassoribimento a ritroso, vera e propria epistrofè psico-fisica) è una fanciulla dotta, istruita nelle scienze sacre: ma proprio il carattere gnostico della maithuna (il coito tantrico) la allontana (sia lei che la maithuna, ovviamente) dal rituale nuziale configurato nella Iggeret (e nei Veda).
Tuttavia, si può suggerire un ampliamento di prospettiva che è anche un tertium. Il coito tantrico è un modo per rendere salvifico ciò che solitamente, compiuto senza attenzione spirituale, è fonte di sempre maggiore coinvolgimento nella dispersione samsarica. Ma forse il karma si può bruciare (e quindi consumare) non solo con la tecnica del coitus reservatus, ma anche con il rito nuziale, che rende psicologicamente e spiritualmente (e forse fisicamente) feconda un’azione, l’emissione seminale, che di per sé, senza tale consapevolezza, aumenterebbe i debiti karmici, la concupiscenza.
Il rito nuziale è lunare: costruisce la comunità, riporta in vita gli antenati, introduce nel samsara un principio di epistrofè. Il rito gnostico – della maithuna – è solare: mira a moksha, alla liberazione totale, alla trasmutazione del corpo sottile. Tuttavia, proprio per questa chiara complementarità simbolica, il dinamismo del Caduceo non deve mai venir meno fra il coito solare e il coito lunare: la luna riflette il sole nella notte terrestre, distilla dalla sua luce nutrimento e vita. In questo senso, amplificando, nel rito nuziale, lunare, la parte della donna è addirittura preponderante (mentre la dotta Devī del rito gnostico è, a ben vedere, in una posizione di maggiore passività e impersonalità): tuttavia lo è proprio in modo lunare, e di una lunarità che rischia di farsi tanto più umbratile, indiretta, remota, quanto più si afferma in modo letteralistico il modello profetico-paterno, il matrimonio come unico fondamento della comunità. Nella nostra epoca si stanno rimescolando gli arcani, le declinazioni dell’archetipo, e la presente fluidità dei ruoli “di genere” anche e soprattutto all’interno della famiglia (una famiglia con un temenos sempre meno geometrico) sembra alludere a una possibile e inedita modalità di coniunctio, di cui ancora riusciamo solo a intravedere qualche lineamento, qualche tratto confuso. Come sempre nei tempi di dissoluzione si aprono porte, passaggi, mandorle mistiche insperate, in cui il singolo, la singola coppia, sapendosi e sentendosi manifestazione prospettica di un’anima che è sempre comune, compie il proprio esperimento, il proprio opus, muovendosi ermeticamente lungo confini minacciati e promettenti.

Ibn Arabi insegna che esistono due Coppie, che sono in realtà una: l’Uomo è il ‘doppio’ di Dio, che Egli ama perché Suo specchio, creato nella Sua forma; la Donna è il ‘doppio’ dell’Uomo. È così posta la triade: Dio, Uomo, Donna; come l’Uomo tende verso il suo Signore, che è la sua origine, così la Donna tende verso l’Uomo, sua origine.
Solo nella donna l’uomo conosce se stesso, ovvero la sua anima, e quindi il suo Signore (man ʻarafa nafsahu ʻarafa rabbahu). Quando l’uomo si unisce alla donna, sperimenta il fanā’ (l’estinzione) in Dio: la successiva abluzione glielo ricorda. Contemplare Dio nella donna è per l’uomo la contemplazione suprema, perché in lei Lo contempla insieme come attivo e passivo. “Le donne” manifestano la Natura universale, che è una cosa sola con il Sospiro del Misericordioso.
L’uomo, in quanto portatore della determinazione, della forma, media tra la femminilità dell’Essenza divina sovraformale e la femminilità della Donna tratta da lui. La prevalenza esoterica è del femminile (bāṭin, “esoterico”, è legato a ban, “ventre”), sebbene sul piano giuridico, ẓāhir, la donna sia inferiore di un grado rispetto all’uomo. (Ambiguità costitutiva del maschile: la forma come idea, come attività, come principio che feconda la passività, la ricettività della materia; la forma come essenza che è una prospettiva, una sezione, un’astrazione dall’Unicità dell’Esistenza, femminile).
Anche lo studio, l’iniziazione maschile ha questo statuto: lo Zohar, in quanto tale, è ancora lettera del sod (il piano esoterico), non è il sod del sod. La donna è l’esoterico, lo porta, lo incarna, lo manifesta: ma per accedere a questa intuizione deve spezzare dionisiacamente i lucchetti della sua santificazione, della consacrazione a cui la sottopone l’idea patriarcale.

Nel rapporto erotico ciascun attore mira a ricostituire l’androgino, a diventare un mondo: l’uomo cerca di spezzare l’orgoglio rabbioso della propria debolezza essenziale riparando nella ferita della devozione amorosa; la donna cerca di trovare una determinazione, un contenitore per la propria universalità, per la propria immaginazione profetica, combattendo con il limite offerto e rappresentato dalla virilità. Così, oltre lo specchio della morte, ogni anima è mondo a sé, ma il suo corpo sottile è nato dall’eros vissuto, dalla ‘conoscenza’ (nella uni-duale accezione biblica) reciproca, dall’unione con un altro, con l’altro.
Nella vita terrestre la coppia sponsale è come la coppia dei Cherubini sull’Arca dell’Alleanza: si guardano negli occhi, ma al contempo guardano l’Arca, la sorvegliano; si protendono l’uno verso l’altro senza toccarsi, ma si innalzano dallo stesso fondamento, il coperchio dell’Arca, la Kapporet o sede della riconciliazione. Oltre la morte, nella tomba che è il mondo delle immagini, la coppia è come quella del sarcofago etrusco di Villa Giulia: gli occhi di entrambi sono volti all’Aperto, e i corpi giacciono distesi su un unico letto, lo stesso giaciglio per lo stesso banchetto di luce.

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